Abbiamo rottamato una generazione, ma non abbiamo svecchiato la politica



In questi ultimi dieci anni abbiamo assistito, quasi inermi, all’assalto della diligenza da parte dei new yuppies della politica, forti solo di un’arroganza verbale e smaniosi di un posto al sole nella malconcia “casta” italiana sempre più orfana di leader di statura internazionale.

Ovviamente tutto questo è stato facilitato da leggi elettorali incostituzionali (peggio delle peggiori dittature sudamericane) fatte per consegnare alle segreterie politiche, ai potenti di turno e ai lori cerchi magici le chiavi di un paese sull’orlo della bancarotta e bisognoso di ben altro.

Abbiamo rottomato o provato a rottamare gli uomini, ma reso ancora più vecchio il sistema tanto che alla fine si è confuso il verbo governare con quello di comandare, perchè si sa a noi italiani è sempre piaciuto “un uomo solo al comando”, tanto sotto sotto ci siamo sempre incarnati con lui, indipendentemente da chi fosse e cosa rapresentasse.

Un potere che alla prova dei fatti invece di rinnovare si è dimostrato vecchio e autorigererativo, privo di idee, forte da un lato dell'espessione di manzoniana memoria “dagli all’untore” e dall’altro de “le tutto sbagliato le tutto da rifare” di Ginaccio Bartali, sciorinato nei salotti buoni della televisione italiana sempre più asservita ai forti nell’illusoria speranza di essere tappo di idee innovative o ancor peggio di poterle governare e indirizzare.

Ecco che in un decennio (e dire che noi italiani ai ventenni diamo del tu), una classe politica giovane anagraficamente ha provato e sta provando a rottamarne una vecchia politicamente, con un risultato che sa dell'incredibile: aver generato giovani vecchi.

Giovani vecchi, che quando perdono non sanno fare di meglio che scappare (?) portandosi via il pallone salvo poi tornare subito dopo con una nuova divisa da gioco ma sapendo che alla fine scenderanno in campo con il modulo vecchio al quale sono abituati.

Giovani vecchi che criticano leggi ad personam fatte da altri ma non sono da meno quando è il loro turno, con buona pace della democrazia delle idee.

Giovani vecchi che da duri e puri, pronti a cambiare il sistema alla fine pur di andare al governo non esitano a cambiare pelle (giustificandosi con il classico e noto: tanto il sistema logoro lo cambiamo da dentro), come se Tomasi di Lampedusa non ci avesse insegnato nulla.

Giovani vecchi che fanno del salto della quaglia il loro sport preferito capaci di tradire idee e ideali (?) con i quali sono cresciuti per passare armi e bagagli negli schieramenti che gli offrono il “posto al sole”, perchè nella vita come nel lavoro oggi si cambia, e dunque si possono cambiare idee e ideali se ci sta convenienza.

Giovani vecchi che dimenticano che la parola democrazia racchiude in se ascolto, confronto, luogo di sintesi di pensieri diversi perchè governare e non comandare significa essere attenti al bene comune, avendo questo e solo questo come punto di riferimento.

Giovani vecchi che fanno infine della cortomiranza uno stile di vita; un modus agendi al quale ci siamo abituati perchè dopo gli anni bui di una crisi che ha origini lontane, nulla è più come prima e mai più lo sarà.

La storia ahimé non è maestra di vita e gli anni che sono passati dalle barricate della primavera del 68 (che da noi prese piede l’anno seguente) ad oggi, mi hanno lasciato dentro nonostante tutto il concetto del sogno, e per questo che non mi si può cancellare la speranza, il pensiero, la coscienza civica di sognare un Paese diverso.

Lo confesso: sono per il noi e non per l’io, sono per una concretezza misurabile e non per che promesse impossibili, sono per sapere chi paga la cambiale e chi no e per sapere fino a quando dovrò pagarla questa cambiale, sono per sapere chi trarrà benefici subito, e cosa riceverò in cambio del sacrificio possibilemente sapendo anche quando, sono per il Fil (felicità interna lorda) e non per il Pil.

Buona vita Italia

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