Il silenzio della parola

 
 
 
 Mio padre, anziano signore d’altri tempi, quando non voleva esprimersi su qualche tema scomodo, citava un vecchio proverbio napoletano: “ ‘A meglia parola è chella ca nun se dice”.
Gran bella filosofia, quella di mio padre, che dietro questa espressione nascondeva un modo raffinato d’intendere e di vivere l’uso della parola, tanto da evitare che la parola stessa si prestasse a diventare lacché delle riluttanze altrui.

Oggi, viviamo un mondo dove è un germogliare continuo di modi di comunicare, senza tener conto – di quello che si dice, di cosa si dice, di come si dice – tanto da essere capaci di comunicare tutto a tutti; assistendo però, paradossalmente inermi, al fenomeno sempre più crescente del: “Più comunichiamo e meno dialoghiamo”.

Occorre allora a mio avviso, recuperare la capacità del non detto, dando potenzialità e voce al silenzio.
Spesso, tacendo si può dire di più che parlando; eludendo così che l’impiego della parola stessa diventi fuorviante, ciò anche in virtù del fatto che l’essere umano è l’unico tra gli animali a conoscere l’uso della parola.

Secondo Nietzsche “le parole impediscono il cammino” tanto da essere nei fatti uno strumento di resistenza contro la conoscenza.

Lo stesso Freud ha più volte considerato la possibilità che le comunicazioni tra esseri umani avvengono a livello telepatico, ovvero senza bisogno dell’uso della parola, avanzando, l’ipotesi, che il pensiero sia stato il mezzo arcaico di comunicazione tra gli individui, e la parola quello più recente.

La nostra società ci offre oggi molti vantaggi e molte comodità rispetto ad altri modelli di società forse meno dinamiche e meno prospere; ma di contro non consente di fermarci, non concede tregua.
Si cresce per il fatto stesso che non si sa più come fermarsi.

Assistiamo così, incapaci, ad una continua corsa senza apparenti obbiettivi, per una meta che onestamente sembra sempre più difficile da decifrare, dove lo sgomitare per un posto al sole é più importante di qualsiasi etica, dove la parola è utilizzata per distruggere più che per creare.

Tutto ciò senza alcun imperativo morale. 

Tutti corriamo, tanto che la fretta da esigenza strutturale e produttiva, diventa alla fine il nostro abito interiore.
Tutti corriamo, ma senza sapere bene per dove e perché, corriamo come fatto fine a sé stesso, bombardati come siamo da una incalcolabile molteplicità di stimoli, esposti a tutte le ore del giorno e della notte a messaggi televisivi slegati e frammentati, ma emotivamente potenti.
Tutti corriamo, giovani ed adulti, sembriamo obbedire ormai a una sola logica, quella del consumismo sfrenato e privo di valori, diventando alla fine stranieri di noi stessi.

Se ciò è, bisogna allora saper dare voce al silenzio, visto che con la scusa di informarci, i mass media tendono sempre più ad annullarci; non comunicando tutto, non informando, omettendo; in definitiva deformando la verità della parola.

Bisogna saper trovare dunque la capacità di dare voce al silenzio della parola, per non dover affermare come qualche volta era solito dire il mio papà che: “’A vocca è ‘nu bbello strumento, ma sadda sapé accurdà”.

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